L’Italia, con i suoi 2.800 metri cubi di acqua l’anno per abitante, pari ad una disponibilità teorica di 52 miliardi di metri cubi distribuiti su tutto il territorio, è uno tra i paesi più ricchi di risorse idriche. Nonostante ciò nei mesi caldi si verificano puntualmente problemi di scarsità idrica, al sud come al nord. Il prelievo più importante è a favore del settore agricolo (si stimano 20 miliardi di metri cubi/anno), seguito dal civile (9 miliardi), dall’industria (8 miliardi) e per la produzione di energia (5 miliardi). Questo sfruttamento eccessivo non permette la corretta circolazione idrica naturale, essenziale per mantenere vivo l’ecosistema e per diluire gli inquinanti nei fiumi e nelle falde, provocando problemi di qualità delle acque sia superficiali che sotterranee. Il consumo di acqua nel settore agricolo incide in maniera preponderante soprattutto a causa di “vecchie” ed inefficienti tecniche di irrigazione, tant’è che gli esperti che hanno collaborato ad Ambiente Italia 2012 ritengono che un miglioramento delle tecniche irrigue permetterebbe un risparmio dell’ordine del 30%, che aumenterebbe ulteriormente scegliendo colture e varietà più resistenti alla siccità e combattendo le produzioni eccedentarie e gli sprechi alimentari. Se pensiamo inoltre che per uso civile utilizziamo ben 152 metri cubi di acqua per abitante l’anno, contro per esempio i 127 di Spagna, 113 di Regno Unito e 62 di Germania, non possiamo non pensare che vi siano altri punti di sofferenza! Oltre alla obsolescenza degli impianti di distribuzione dell’acqua, nel Belpaese sono ancora irrisolti gli annosi problemi legati agli scarichi inquinanti civili ed industriali, ai depuratori mal funzionanti e all’artificializzazione dei corsi d’acqua.

Nel 2004 la procedura di infrazione 2034, seguita dalla Sentenza della Corte di Giustizia del 19 luglio 2012, che ha accertato la violazione da parte dello Stato Italiano per 110 agglomerati risultati inadempienti per la mancanza di un trattamento secondario delle acque reflue, ha riaffermato la necessità per lo Stato italiano di mettersi in regola al più presto e avviare le opere necessarie in ottemperanza alla Direttiva comunitaria 91/271 che impone agli stati membri di dotarsi di sistemi di raccolta delle acque reflue urbane e di garantire opportuni trattamenti per rimuovere le sostanze inquinanti.

La mancanza di idonei sistemi di raccolta e trattamento, previsti dalla Ue già dal 1998, comporta infatti rischi per la salute umana e per le acque di fiumi, laghi e mari. Secondo i dati Istat elaborati da Legambiente, sono 24 milioni gli abitanti che scaricano direttamente in mare o, indirettamente, attraverso fiumi e canali, a causa di un mancato o inadeguato trattamento dei reflui fognari.

Tutto ciò ha determinato anche un pessimo impatto ambientale, visto che il 40% dei fiumi risulta gravemente inquinato. Un problema che riguarda sia i comuni costieri che quelli dell’entroterra, causato non solo dalla cronica carenza di impianti, ma anche dall’apporto del carico inquinante dei reflui non adeguatamente trattati dagli impianti esistenti perché obsoleti o mal funzionanti.

La condanna potrebbe portare il Belpaese a sborsare, già a partire da quest’anno, da un minimo di 11.904 euro a un massimo di 714.240 euro per ogni giorno di ritardo nell’adeguamento dei sistemi di raccolta e trattamento degli scarichi, rischiando tra l’altro una multa sommaria forfettaria calcolata sulla base del Pil e la possibile sospensione dei finanziamenti Ue.

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